FESTA DI PAESE
FESTA DI PAESE
“Allora, siamo in partenza?”
“Certo, ma stai sicuro che non ti libererai di me tanto facilmente. Due settimane e sarò qui di nuovo”.
“Peccato, ci avevo sperato”.
Io ed il mio coinquilino Gaetano ci punzecchiamo sempre. Per scherzo, naturalmente. Siamo studenti a Roma e dividiamo un appartamento assieme ad un altro ragazzo, Fabrizio. Lui, invece, è un po’ strano. Se ne sta sempre sulle sue. Pensava solo a studiare. Proprio come il secchione che è. Io, Marco, sono pugliese, Gaetano torinese e Fabrizio veneto.
Questo che sto per raccontarvi è successo lo scorso anno, a quattro anni dal mio trasferimento. Stavo partendo per un po’ di vacanza nel mio paese, dove ci sarebbe stata la festa della Madonna, che radunava conterranei provenienti da ogni parte del mondo, dove erano emigrati.
“Mi raccomando, portaci tante buone cose da mangiare, come fate voi terroni”.
“Te lo io il terrone, gianduiotto squagliato che non sei altro”.
“E non fare troppo la ‘Passionata di Troia’ con tanta crema di ricotta, che ti fai riconoscere da tutti per quello che sei”. E giù a ridere.
Così mi aveva soprannominato dopo che aveva saputo il nome di questo dolce tipico di Troia, paese del Foggiano vicino al mio. Ma era proprio così. Io, più che studiare, uscivo la sera per andare a battere in qualche strada od in qualche locale gay, tanto sono appassionato di ’salsiccia’ maschile. Roma mi ha aperto un mondo che da me non si sognava nemmeno. Posso persino mettermi la lingerie sotto senza che qualcuno della mia famiglia lo venga a sapere.
Tanto mi è piaciuto che ho deciso di rimanere a vivere qui, anche dopo aver preso la laurea. Ancora non sono arrivato a quel traguardo e, da come avanzo negli studi, non so se ci arriverò. Ho 24 anni, sono alto 1.82 ma non incuto paura a nessuno, dato che sono magrissimo (70 chili) ed ho un viso dolce, almeno fino a che non sono stravolto dalla troiaggine. Insomma, un lurido diavoletto mascherato da angelo.
Appena arrivato nella terra natale ho cercato di fare il bravo ragazzo ma con enorme fatica perché era pieno di tanti maschi boni, di tutte le età. Ovviamente venni assalito da tutti i parenti e amici che volevano sapere come si vive nella capitale. Che è una bella città, che avrebbero voluto venirci in vacanza. In questo stavo tranquillo: non avrei dovuto ospitarli perché tutti sapevano che, da umile studente quale sono, mi posso permettere solo un piccolo appartamento condiviso.
Il paese era tutto addobbato per la settimana di festa. Decorazioni da accendere la sera lungo il corso principale, occupato stabilmente dalle bancarelle. Ogni giorno c’erano artisti in piazza che facevano uno spettacolo. La domenica, alla fine, ci sarebbe stata la processione con la statua della Madonna e la messa solenne nel duomo (come pomposamente viene chiamata).
Un giorno ero al tavolino di un bar con i miei genitori ed i miei zii e venni attratto da certi seduti ad un tavolo abbastanza vicino. Erano cinque maschi da sbavare, muscolosi e pelosi, tre sui 30 e gli altri sui 60. Uno meglio dell’altro. Che posso fare, mi piacciono gli uomini! I due più anziani li conoscevo. Uno era cugino alla lontana e amico di mio padre, si chiamava Aristide ma sopraddetto Fava di Carpino, dove abitava, ed il suo soprannome diceva tutto, e l’altro era di un paese vicino, Rocco, ma detto ancora più esplicitamente, Fallone di Gravina. Contadini dalle braccia forti e dalla pelle bruciata dal sole solo nelle parti esposte oltre la canottiera. Uno degli altri era evidentemente il figlio del mio parente, rosso come il padre (che però era ormai piuttosto ingrigito) ed aveva un aspetto piuttosto delinquenziale. Infatti, venni poi a sapere che rubava ed aveva fatto l’abbonamento con le carceri.
Ci salutammo da lontano e capii che stavano parlando di me, da come sbirciavano spesso nella mia direzione. Anche i miei sguardi erano rivolti spesso, forse senza volerlo, verso di loro. Ero di certo un argomento di cui spettegolare. Con una scusa, andai verso l’ingresso del bar e passai vicino a loro. Aristide mi fermò prendendomi per il braccio.
“Ciao Marco, come si sta al nord?”
“Ciao zio” (così lo chiamavo) “Che vuoi che ti dica. E’ una grande città, ma io sto quasi sempre in casa a studiare” (falso!).
“Ci credo! Lui è Rocco. Ti ricordi di Rocco?”
“Si, si, certo”, con un cenno di testa.
“Lui è Alfonso, mio figlio. Ti ricordi di Alfonso?”. Ci avevo indovinato. Il rosso era quello dei cinque che mi attizzava di più.
“E loro sono Domenico ed Alfredo, i figli di Rocco”. Ammazza che fusti anche loro!
“Piacere” dissi, ma pensai che il piacere lo avrei dato io a loro molto volentieri.
“Come ti sei fatto carino! Sai? Sei molto, ma molto carino”, sottolineando il complimento. Due di loro, seduti a gambe larghe, si sono portati la mano sul pacco. Sono diventato sicuramente rosso. Era forse un invito? Continuò.
“Più tardi, dopo cena, facciamo festa a casa mia. Vuoi venire? Ci facciamo una bella bevuta tra uomini e, se vuoi, ci racconti della tua vita da studentello. Che ne dici?”
Ero combattuto. Sapevo che, quando bevo troppo, mi lascio andare a certi atteggiamenti che mi avrebbero potuto rendere lo zimbello del paese. Cercai di resistere ma, tanto insistette, che alla fine accettai, sconsideratamente.
Nelle ore successive mi feci una doccia ed un lavaggio ‘approfondito’ perché, hai visto mai? Tutto continuando a dirmi che ero stato stupido, stupido, stupido. Ridicolo, non aveva senso. Sapevo che non avrei dovuto farlo, eppure avevo voluto. L’incoscienza della gioventù!
All’ora prestabilita, raggiunsi la casa di Aristide ai margini del paese, quasi del tutto isolata. Lungo la strada mi dicevo che avevo peggiorato il rischio per essermi imbellettato, profumato e preparato come una zoccola. Che avrebbero pensato quei maschi rustici. Proprio stupido, stupido, stupido.
Però, se fosse successo qualcosa di poco normale ero certo che non lo avrebbero raccontato in giro perché l’omertà è assoluta ma di illazioni ne sarebbero state fatte: nei paesi la gente non parla ma sparla.
“Ah, eccoti finalmente. Mancavi solo tu. Però noi ci siamo già fatti un giro di Castel del Monte nero. Tieni, assaggia e poi dimmi” e mi porse subito un grosso bicchiere pieno fin quasi all’orlo di vino rosso.
“Dai, bevi, manda giù tutto, che poi ti facciamo assaggiare altre qualità di spremute che forse ti piacciono di più”.
Tutti ridevano. Che avrà voluto dire? Bevine uno, bevine due, loro lo reggevano bene ma io ero al limite e non mi accorsi che, piano piano, si erano spogliati più o meno completamente. Mi resi conto tardi della situazione, quando vidi quei corpi possenti, muscolosi, pelosi, quei batacchi fantastici già mezzi in tiro, quando le loro mani (dieci mani, cento mani) cominciarono ad accarezzarmi, a mettermi le mani sul culo, le dita callose in bocca per farmele succhiare. Ero fuori di testa. Non capivo più niente. Offuscato dall’alcool, mi sembrava di vivere un sogno euforico, eccitante. Ora uno, ora un altro, mi spogliarono con l’idea di farmi rimanere nudo come loro, solo che io ero diverso. Perché, beh, non rimasi proprio nudo. Sotto indossavo le calze e il tanga migliori che avevo.
“Minchia che femmina! E queste sarebbero mutande? Con questo filino dietro e questo triangolino davanti che non ha niente da trattenere!”. “Questa è l’ultima moda romana”.
“Però, che pelle liscia che ha!”. “Come è bianco!”. “Guardate che occhi affamati di sesso”. “Ve l’avevo detto che questo ci stava”. “Guardate che culetto, tutto da esplorare”. “Mmmm e che bocca! Sembra fatta apposta per fare bocchini”.
La mano di Aristide mi si posò sulla testa e mi spinse giù, in ginocchio davanti al suo attrezzo di tutto rispetto. Da cui il suo soprannome di Fava.
“Dai, su. Prendilo in bocca. Succhialo. Facci vedere quanto sei brava ed obbediente”. Da quel momento hanno cominciato a chiamarmi al femminile e la cosa non mi dispiaceva affatto.
Era un ordine perentorio, ma non necessario, Avevo già tirato fuori la lingua per soppesarlo. Imboccai la cappella. La spinsi più giù, verso la gola. Mi afferrò per i capelli e mi tirò via.
“No, cara. Sei troppo affamata. Non voglio venire subito. Leccami le palle”.
Da noi ci tengono tutti molto all’igiene ma l’ineffabile afrore intimo, forte, del contadino mi avvolse. Ho affondato la faccia tra le sue cosce solide e, poco dopo, tremava come una foglia.
“Cazzo che bocca morbida. Guardami finocchio. Guardani!”
E io l’ho guardato dal basso, con la sua minchia dura appoggiata sul viso e che mi arrivava alla fronte. Si è segato forte.
“Cazzo, non resisto. Apri la bocca. Apriii”. Urlò come un animale ferito.
Il primo, denso schizzo mi ha colpito la faccia. Me lo ha messo dentro ed ha continuato a scaricare sperma che facevo fatica ad inghiottire per non perderne niente. Il seme dell’uomo non deve mai andare sprecato.
Tutti gli altri sono stati a guardare mormorando e toccandosi l’uccello.
“Ma che bravo il nostro Marco! Ne devi aver fatta molta di esperienza a Roma! Dì la verità. Scommetto che non hai sano nemmeno il culetto. Vero?”
Ho fatto cenno di no con la testa e sono diventato tutto rosso. Intervenne il figlio Alfonso, ai miei occhi il più desiderato.
“Certo che no. Solo all’idea di quanti cazzi ti hanno scopato, guarda come mi è diventato” e mi ha piazzato davanti alla faccia la sua mazza, degna erede di quella del padre. Era tipo di andare per le spicce.
Ero ancora inginocchiato a terra, mi ha spinto e sono finito lungo. Mi ha tirato su per le caviglie, ha osservato il buchino, che boccheggiava dalla voglia, ci ha fatto colare uno sputo e, senza un minimo di delicatezza, me lo ha schiaffato dentro fino in fondo. Mi ha spaccato. Ha emesso un grido di conquista, mentre qualcuno lo incitava ed altri dicevano di fare più piano. Io, con gli occhi sbarrati e la bocca aperta in un grido che non riusciva ad uscire, ho provato un dolore terribile ma subito sostituito dal piacere di averlo dentro di me.
Si è abbassato stringendomi forte. Il suo folto pelo rosso sul mio petto, la testa oltre il mio collo, forse per non sentire dalla mia bocca o sulla pelle del mio viso l’odore dello sperma paterno, perché i veri maschi non ne amano l’aroma invece così tanto desiderato da noi froci. Ha preso a fottermi con una forza da vero toro scatenato. Mi ha montato per una decina di minuti senza darmi tregua. Io, aggrappato al suo corpo, gambe attorno alle sue cosce pelose e scattanti, le mani aperte sulla sua schiena, su quella pelle piena di efelidi tipica della sua carnagione. E’ venuto riempiendomi le viscere con un’ondata interminabile di sperma vischioso accompagnato da un ruggito da bestia selvaggia. Non dimenticherò mai il suo sguardo mentre, ancora affondato in me, andava riprendendo fiato. C’era qualcosa che andava oltre il puro piacere fisico.
Il padre sorrideva soddisfatto sotto i folti baffi, felice della prova data dal figlio, mentre agli altri era venuta una erezione che non prometteva niente di buono per me (o forse il contrario). Rocco il Fallone dimostrava di essere pienamente meritevole del suo soprannome. Era un vecchio bestione peloso ma il suo randello era massiccio e granitico, come quello di un vero uomo, senza età. Si è sdraiato in terra tenendosi l’attrezzo sollevato.
“Vieni qui sopra, piccola. Vieni da zio. Adesso che sei ben aperta e lubrificata sarà facile”. Ho obbedito, mi sono messo sopra di lui e, come la più sveglia delle zoccole, gli ho afferrato il bastone e me lo sono puntato al buco che grondava di sperma ed ho provato a farlo entrare. Solo la cappella, larga come era, mi faceva un male boia allo sfintere già irritato. Ci ho provato più volte e più volte mi ritiravo su, finché lui, spazientito, mi ha afferrato per i fianchi e mi ha impalato con una unica spinta. Ha preso a fottermi da sotto con forza. Urlavo ma più urlavo e più gli altri si eccitavano, ritenendo a ragione che fossero urla di piacere. Ne ho presi tanti di cazzi in culo ma quello era superiore a tutti. Il figlio Alfredo, in piedi, a gambe larghe, mi si è piazzato davanti alla bocca.
“Apri la bocca. Aprila! Ahhh, siii, che pompinara! D’ora in poi sarai il nostro sborratoio. Non ti daremo tregua fino a che non ci avrai svuotate completamente le palle”.
“E non basterà di certo solo una volta al giorno”.
“Per tutti i giorni che sarai qui”.
“Ti affogheremo di sperma”.
“…e non disturberemo le nostre donne, che saranno impegnate in chiesa”.
Ognuno diceva la sua ed osservava eccitato la scena di me, troia, con tanga e calze, impalato su quel cazzo mostruoso e un altro che mi fotteva in gola senza sosta. A sentire tutti quegli occhi addosso, volevo dare il meglio di me stesso.
Alfredo mi teneva la testa, dandole il ritmo desiderato, ora più lento ed ora più veloce, che mi sfondava la gola e mi slogava le mascelle. Ogni tanto lo tirava fuori, tenendomi per i capelli, me lo sbatteva sulle guance. Mi ha preso a pisellate, a destra ed a sinistra, per farmi sentire quanto era duro e grosso.
Era in uno di questi momenti che il fratello Rocco, l’ultimo a godere delle mie grazie, me l’ha schiaffato in culo a far compagnia a quello già abbastanza notevole del padre. Non avevo mai provato un simile trattamento. Mi sentivo spaccato in due. Urlavo più dal piacere di sentirmi usato da quegli energumeni che dal dolore, certamente non lieve.
Eccitato come una bestia anche dalle mie grida, Alfredo mi ha messo la cappella in bocca ed ha sparato tutto il carico, accompagnandolo con un ululato selvaggio. Bevvi tutto, come avevo fatto con Aristide. Alla fine, me lo ha spinto in gola per gli ultimi schizzi e poi, tirato fuori, mi ha fatto leccare l’ultima goccia che usciva dal meato.
Gli altri due che mi stavano possedendo senza freni erano arrivati al culmine ed hanno sparato il loro orgasmo dentro di me, insieme, grugnendo come cinghiali.
Mi ero preso due sborrate in bocca e tre nel culo, spanato, irritato, gonfio e largo come un forno da pizza. Ma non è finita lì. Per tutto il tempo che sono stato al paese, singolarmente od in gruppo, sono stato usato come sborratoio da quei maschi rudi e poco gentili. Ad esclusione, ovviamente, di quando sono stati tutti impegnati nel trasporto della statua della Madonna per le strade in festa.
Oltre al piacere del trattamento subito, ne ho ricavato qualcosa di molto importante per me. Una volta che eravamo soli, il mio rosso Alfonso mi ha confessato di provare qualcosa di particolare verso di me. Oltre al modo troiesco di concedermi, da lui, toro da monta, molto apprezzato (e inutile che vi dico come la penso io), si sentiva attratto da me e dal sesso omo. Una cosa che non aveva mai provato prima.
Adesso viene a Roma a fine-settimana alterni. Alloggia in un alberghetto presso la stazione, il cui portiere chiude tutti e due gli occhi, e ci diamo sotto alla grande recuperando tutte le giornate in cui siamo lontani. Gli piace vedermi in intimo femminile. Lo eccita a bestia.
Sotto di lui, sbattuto e sfondato a dovere, mi sono innamorato e, non ci crederete, non esco più a cercare altri uomini e gli sono fedele. Le sue forti braccia, la faccia da delinquente, il pelo rosso ed il suo fantastico cazzo mi fanno impazzire di goduria al solo pensiero.
(Il presente racconto, essendo di carattere erotico, ha il solo scopo di eccitare i nostri istinti animali ma non per questo va preso alla lettera. Le stesse cose si possono fare con le dovute precauzioni. Non fate mai sesso senza preservativo: non rovinatevi la vita ma non mancate di godervela il più possibile. Buona sega a tutti).
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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